Paolo Febbraro

Freon2009_green

Dieci poesie
(da Il bene materiale, Milano, Scheiwiller, 2008)

«Buongiorno, mi dia tre etti del cadavere

di un manzo. Però mi raccomando, che sia

di quello che non ha sofferto andando

al macello, del più sciocco, fidente o

soprappensiero, cui l’ultimo muggito

non abbia striato la carne d’incubo

e maledizione contro la nostra biblica

autorità, e autorizzazione. Un bel vitello

con la nervatura non ustionata

dalla memoria d’un cancello.

Che stia bene col brodo leggero,

la frutta di stagione e l’aroma

del vino novello. Mi dia di quello».

**

Welby

«A Dio» li sento quasi

dal mio letto «a Dio la vita

e la morte», in calma

ed errore. Ed io non so

le duecentoventi volts che ancora

mi accendono e l’ossigeno

di plastica inoculato

in questa mia immobilità

enorme, da quale cielo scendano.

Come il sole che all’alba è un uscire

dalla garitta e puntare il fucile

a impietrirmi sull’alt. E sì

che «addio» vorrei dir loro,

«addio» che tanto

meno sordo e roco

e poco più che umano

suona.

**

Paolo Malatesta (a parte, di Francesca)

«Aver bisogno, per parlare,

di un’altra poesia.

Dover piangere, nel vostro

purgatorio di corpi, il paradiso

d’un Libro sacro e scortese, nero

d’inchiostro. Nel mortorio

dei giorni stare sospesi, dannandosi

al vero infinito del desiato riso.

La mia bufera non è allegorica

e il quinto canto è una diceria.

Se avete un’anima, gettatela via».

**

La nuda

È distesa sognante nuda

fra le lenzuola smosse

in penombra mostra i seni

negligenti fra le dita come

chi rimanda e non disdice

l’appuntamento, aspetta

l’acquirente sospettoso

nel cartellone pubblicitario

in bianco e nero alla stazione.

«Allora?», dico, «Vuoi fare l’amore?

Sei distratta, accaldata,

sola e abbandonata?

Stai pensando “ne ho abbastanza”,

stai sognando chi non c’è

o la doccia e la tua stanza?».

«No», risponde, «non ho certo

l’intenzione, è più cruda

la faccenda, non che io

m’illuda che restino, tanto

artefatte, le mie bellezze

di attrezzista e truccatore,

ma se guardi un po’ più addentro

io do aspetto ad un cartone,

a partire dall’androne

sono ciò che benedice

il viaggiatore diario

cui la sveglia ha ionizzato

il sogno con l’assoluto

di un orario. Nell’alba

ancora nera e prima

della destinazione vera

io sono il viaggio premio

che dura fino al binario».

**

Prova a dormire con chi ti solletica

od alle due di notte accende il sole:

così l’inverno mite con le piante

che dure in balcone tenevano i tempi

alla nostra riservatezza spoglia,

ai mesi di sospetto e controvoglia,

alla nostra retta dissipazione.

Guarda: reggono a stento

alla provocazione, tornano quasi

alla rissa. Alterco primaverile

che nella nera estate poi si fissa.

**

Preghiera serale della moglie

«Tu inseguilo, domani. E appena

sulla sua strada invernale

s’avventerà solare l’aliante

di tutte le direzioni, chiudigli

i pugni sul volante, trascorra

in obbedienza la noia della via,

bagna – ma per un’ora – le sue parole

di cui si accende e accora

la mia incompiuta gelosia».

**

Non credere che il corpo ti appartenga:

l’insetto estivo basta a farne

milligrammi di spreco, quotidiano

il pane lo adesca; e allo specchio

stravedi il tempo all’opera

sul corpo di tua madre, ignori

meraviglie che in silenzio

accorano il marito, dei passanti

facendo nemici. Così

non credere nel corpo, sperdilo

nell’unione serale, nella nostra

altissima confusione, e dopo

vendilo al sonno nelle acque notturne.

**

Tempo reale

Mia moglie è dal suo parrucchiere

seduta allo specchio, sotto mani

guantate in lattice che intrecciano

e sciolgono la scena della corta

capigliatura. Come labili punte

di lancia i capelli inumiditi

le segnano una tempia o si alzano

in cresta prima che il pettine

li rimetta all’ordine e all’età.

Lei increspa la fronte, accentra

le pupille cerchiate di neon,

si scruta: «Oh se la fine –

pensa, e non è più distratta –

fosse il mutamento di un’ora,

lo spezzare calcolato di un capello

e non questo svanire presunto

inosservabile, questa lavatura

delicata e infame. Fosse uno squillo

solenne, una catastrofe precisa

cui ci si rechi come a scadere».

Poi s’alza, in piega asciutta,

paga silenziosa, esce in strada

ed il cammino la riporta rapida.

Sento la chiave nella porta,

il passo chiaro, appena disperso,

che stringe ormai la penna all’ultimo verso.

**

La piazza

La piazza è sempre dal vivo

anche quando la vedi deserta;

è chiusa perché sembra aperta,

è un vicolo cieco malato d’ipertrofia:

è il vero anagramma della pazzia.

Se grandi, le piazze danno cattive idee

a uomini corrucciati e solitari;

le piazze sono tanti mari

coi passi umani come maree.

La piazza è il sogno di molti

che confluisce nella storia,

soccorre chi ha poca memoria

e scorda il nome in prosa della via;

è un meccanismo ad orologeria

che nella folla ripete un’eternità.

Ladra di tempo, la piazza non fa

ciò che saprebbe, o dovrebbe sapere;

è una cambiale firmata al dovere

che prima o poi la riscuoterà.

Largo, Scalo, Spiazzo o Belvedere

la piazza è un secolo rimasto in posa:

se nella via pensi al tempo a vedere

stai nella piazza chiedendoti cosa.

**

Non è meno infinita del mare

la roccia, con il suo non parlare

tetro, materia delusa, implosa,

nel suo sgretolarsi, una rosa.

Paolo Febbraro

Dieci poesie

(da Il bene materiale, Milano, Scheiwiller, 2008)

«Buongiorno, mi dia tre etti del cadavere

di un manzo. Però mi raccomando, che sia

di quello che non ha sofferto andando

al macello, del più sciocco, fidente o

soprappensiero, cui l’ultimo muggito

non abbia striato la carne d’incubo

e maledizione contro la nostra biblica

autorità, e autorizzazione. Un bel vitello

con la nervatura non ustionata

dalla memoria d’un cancello.

Che stia bene col brodo leggero,

la frutta di stagione e l’aroma

del vino novello. Mi dia di quello».

Welby

«A Dio» li sento quasi

dal mio letto «a Dio la vita

e la morte», in calma

ed errore. Ed io non so

le duecentoventi volts che ancora

mi accendono e l’ossigeno

di plastica inoculato

in questa mia immobilità

enorme, da quale cielo scendano.

Come il sole che all’alba è un uscire

dalla garitta e puntare il fucile

a impietrirmi sull’alt. E sì

che «addio» vorrei dir loro,

«addio» che tanto

meno sordo e roco

e poco più che umano

suona.

Paolo Malatesta (a parte, di Francesca)

«Aver bisogno, per parlare,

di un’altra poesia.

Dover piangere, nel vostro

purgatorio di corpi, il paradiso

d’un Libro sacro e scortese, nero

d’inchiostro. Nel mortorio

dei giorni stare sospesi, dannandosi

al vero infinito del desiato riso.

La mia bufera non è allegorica

e il quinto canto è una diceria.

Se avete un’anima, gettatela via».

La nuda

È distesa sognante nuda

fra le lenzuola smosse

in penombra mostra i seni

negligenti fra le dita come

chi rimanda e non disdice

l’appuntamento, aspetta

l’acquirente sospettoso

nel cartellone pubblicitario

in bianco e nero alla stazione.

«Allora?», dico, «Vuoi fare l’amore?

Sei distratta, accaldata,

sola e abbandonata?

Stai pensando “ne ho abbastanza”,

stai sognando chi non c’è

o la doccia e la tua stanza?».

«No», risponde, «non ho certo

l’intenzione, è più cruda

la faccenda, non che io

m’illuda che restino, tanto

artefatte, le mie bellezze

di attrezzista e truccatore,

ma se guardi un po’ più addentro

io do aspetto ad un cartone,

a partire dall’androne

sono ciò che benedice

il viaggiatore diario

cui la sveglia ha ionizzato

il sogno con l’assoluto

di un orario. Nell’alba

ancora nera e prima

della destinazione vera

io sono il viaggio premio

che dura fino al binario».

Prova a dormire con chi ti solletica

od alle due di notte accende il sole:

così l’inverno mite con le piante

che dure in balcone tenevano i tempi

alla nostra riservatezza spoglia,

ai mesi di sospetto e controvoglia,

alla nostra retta dissipazione.

Guarda: reggono a stento

alla provocazione, tornano quasi

alla rissa. Alterco primaverile

che nella nera estate poi si fissa.

Preghiera serale della moglie

«Tu inseguilo, domani. E appena

sulla sua strada invernale

s’avventerà solare l’aliante

di tutte le direzioni, chiudigli

i pugni sul volante, trascorra

in obbedienza la noia della via,

bagna – ma per un’ora – le sue parole

di cui si accende e accora

la mia incompiuta gelosia».

Non credere che il corpo ti appartenga:

l’insetto estivo basta a farne

milligrammi di spreco, quotidiano

il pane lo adesca; e allo specchio

stravedi il tempo all’opera

sul corpo di tua madre, ignori

meraviglie che in silenzio

accorano il marito, dei passanti

facendo nemici. Così

non credere nel corpo, sperdilo

nell’unione serale, nella nostra

altissima confusione, e dopo

vendilo al sonno nelle acque notturne.

Tempo reale

Mia moglie è dal suo parrucchiere

seduta allo specchio, sotto mani

guantate in lattice che intrecciano

e sciolgono la scena della corta

capigliatura. Come labili punte

di lancia i capelli inumiditi

le segnano una tempia o si alzano

in cresta prima che il pettine

li rimetta all’ordine e all’età.

Lei increspa la fronte, accentra

le pupille cerchiate di neon,

si scruta: «Oh se la fine –

pensa, e non è più distratta –

fosse il mutamento di un’ora,

lo spezzare calcolato di un capello

e non questo svanire presunto

inosservabile, questa lavatura

delicata e infame. Fosse uno squillo

solenne, una catastrofe precisa

cui ci si rechi come a scadere».

Poi s’alza, in piega asciutta,

paga silenziosa, esce in strada

ed il cammino la riporta rapida.

Sento la chiave nella porta,

il passo chiaro, appena disperso,

che stringe ormai la penna all’ultimo verso.

La piazza

La piazza è sempre dal vivo

anche quando la vedi deserta;

è chiusa perché sembra aperta,

è un vicolo cieco malato d’ipertrofia:

è il vero anagramma della pazzia.

Se grandi, le piazze danno cattive idee

a uomini corrucciati e solitari;

le piazze sono tanti mari

coi passi umani come maree.

La piazza è il sogno di molti

che confluisce nella storia,

soccorre chi ha poca memoria

e scorda il nome in prosa della via;

è un meccanismo ad orologeria

che nella folla ripete un’eternità.

Ladra di tempo, la piazza non fa

ciò che saprebbe, o dovrebbe sapere;

è una cambiale firmata al dovere

che prima o poi la riscuoterà.

Largo, Scalo, Spiazzo o Belvedere

la piazza è un secolo rimasto in posa:

se nella via pensi al tempo a vedere

stai nella piazza chiedendoti cosa.

Non è meno infinita del mare

la roccia, con il suo non parlare

tetro, materia delusa, implosa,

nel suo sgretolarsi, una rosa.